lunedì 19 dicembre 2011

CITAZIONE QUINDICESIMA EDIZIONE 2011


“I gesti del nuoto sono i più simili al volo.
Il mare dà alle braccia
quello che l'aria offre alle ali;
il nuotatore galleggia sugli abissi del fondo.”


Erri De Luca
L’isola è una conchiglia
2008, Edizioni La Conchiglia





RACCOLTA DELLE NOSTRE CITAZIONI


1^ EDIZIONE 1997

… il nuoto era una passione per i Romani. Di un uomo ignorante erano soliti dire che “non sa né leggere né nuotare”… Mentre imparavano a nuotare, i giovani Romani venivano tenuti a galla per mezzo di assicelle di sughero, e il padre di Orazio, per dire al figlio che presto o tardi avrebbe dovuto imparare a camminare con le sue gambe, così lo ammonisce per il futuro: “nabis sine cortice”, vale a dire “nuoterai senza sughero”.

CHARLES SPRAWSON
L'ombra del massaggiatore nero
Adelphi


2^ EDIZIONE 1998

Oppiomani e nuotatori avevano la medesima tendenza a considerarsi degli esseri solitari, remoti, superiori alle menti ottuse e convenzionali; le descrizioni delle loro esperienze si avvicinano a quelle di chi ha appena esplorato un territorio ignoto, e ritorna per stupirci con le sue scoperte... Era come se l'acqua, similmente all'oppio, innalzasse i nuotatori a un'esistenza di livello superiore, garantendo loro un rifugio dall’odiata vita di tutti i giorni.

CHARLES SPRAWSON
L'ombra del massaggiatore nero
Adelphi


3^ EDIZIONE 1999

La qualità principale necessaria ai nuotatori - mi disse ancora Rose - è quella di "sentire l'acqua". Essi dovrebbero usare braccia e gambe come i pesci le pinne, e saper avvertire la pressione dell'acqua sulle mani per mantenerla nel palmo durante la bracciata, senza lasciarla scivolar via tra le dita. Rose credeva che potessero avere successo solo quelli che, come i rabdomanti, avevano un'affinità naturale con l'acqua. Talvolta poteva diventare un'ossessione, come nel caso di Rick de Mont, che con il suo stile perfetto vinse una medaglia d'oro nel 1972 ... Ora vive a Tucson, ai margini del deserto dell'Arizona, e si dedica alla "ricerca spirituale dell'acqua". Come un veggente, riesce a percepire dove è probabile che nel deserto, dopo una pioggia, scaturisca improvvisamente un ruscello, e registra la sua momentanea presenza con degli acquarelli. Grandi quadri a olio, ispirati dai suoi sogni, rivelano indistinte figure di pesci preistorici che nuotano nei fiumi della giungla. De Mont ama il suono dell'acqua, ama sentirsela sulle mani e sulle gambe e, come i sogni, essa lo "costringe" a esprimersi.

CHARLES SPRAWSON
L'ombra dei massaggiatore nero
Adelphi


4^ EDIZIONE 2000

... E io con tutti questi seni, cosce, schiene e fondoschiena,
malgrado il mio tendere all’imperturbabilità, a volte mi
deconcentro. Essere circondato da corpi femminili distesi è
come stare nel mezzo di una festa con musica ad alto volume:
dopo un po’ la musica ti contagia, ti mette addosso una frenesia
che si controlla male. È una lotta continua, oggi invece posso
cedere alle tentazioni, nuoto per divertirmi. Iniziamo con la
ricognizione della corsia: ci sono due donne, un giovanotto
senza stile e un vecchio decrepito che si regge appena a galla.
Una delle due donne non conta, è una cinquantenne dalle
spalle strette e dal bacino largo, con gambe magrissime,
sembra una razza, ce l’ho davanti, superiamola, l’altra invece
eccola qua, è la giovane bruna callipigia, termine di origine
greca che significa belle natiche e risulta essenziale a definire
bimbe dotate di tanta grazia nelle rotondità posteriori. E infatti io
la bimba mica la supero di slancio come l’altra, come la razza.
Lei va piano e io decelero. Passo dallo stile libero alla rana,
così, primo, diminuisco la velocità e, secondo, con la
respirazione di fronte e non di lato miglioro la visuale. Mi
sistemo in coda, la punta delle mani a dieci centimetri dai suoi
talloni. Per ora bisogna mantenere un minimo le distanze.
Peccato che ogni due tre secondi ci sia la schiuma della sua
battuta asincrona di piedi e i miei occhialini siano un po’
appannati altrimenti sarebbe un magnifico abbraccio almeno
con gli occhi. Lei adesso vira. lo mi fermo, pulisco gli occhialini
veloce, la seguo nella virata. Miracolo. La bruna callipigia ha
scelto il nuoto a rana, sparisce ogni schiuma, la plastica dei
miei occhialini ora è trasparente, comincia la festa.

Sebastiano Nata
"La Resistenza dei Nuotatore"
Feltrinelli


5^ EDIZIONE 2001

Molti mi chiedono se smetterò dopo Sydney, ma ora non so rispondere a questa domanda. Sia che vinca un altro oro o che faccia una figuraccia, ci sono buone ragioni per andare avanti o per uscire di scena una volta per tutte. C'è però una cosa che so con sicurezza: quando smetterò di gareggiare continuerò comunque a nuotare, magari in una piscina affollata o in solitudine tra le onde dell'oceano. Ma soltanto per il piacere di farlo.

Alexander Popov
Luglio 2000 - Intervista a Sport Week


6^ EDIZIONE 2002

Facesti un altro dei tuoi grandi tuffi, durante il quale il tuo naso, rassicurandoti, sgorgò rosso come al solito. Nuotare adesso era un piacere assoluto - ma forse piacere era solo il nuovo nome che davi alla sofferenza. Sentisti che stavi raggiungendo e superando l'australiana, come se entrata in acqua ti fossi messa a nuotare attraverso il suo corpo - a un certo punto ti trovasti in perfetta corrispondenza, con un doppio battito di cuore e la testa piena di bizzarri pensieri degli Antipodi. Quando virasti per l'ultima vasca, la folla riprese a urlare e tu continuasti a scalciare, ma poi sentisti avvicinarsi la canadese... per quindici metri foste come fuse, un'unica nuotatrice, ma poi lentamente, inesorabilmente, toccò a te farti attraversare a nuoto. Avevi la sensazione che le tue gambe fossero finite intorno alle orecchie.

Bill Broady
"La nuotatrice"
Bompiani


7^ EDIZIONE 2003

Dopo l’entrata in acqua e lo scivolamento iniziale ti sentivi ormai a metà vasca quando cominciasti a nuotare sul serio – grandi bracciate punitive come Godzilla quando spiana una città. Nuotavi con un’aggressività che non avevi più avuto da quando avevi affrontato la grande onda al largo di Worthing – polverizzavi l’acqua, la frantumavi. Non c’era più traccia né di stile né di armonia: il tuo respiro era così affannoso che ti sembrava di aver inghiottito una balena. Facesti la prima virata a una velocità tale che ti sentisti il corpo che si sbriciolava e i tuoi atomi che, mescolati alla rinfusa, cercavano disperatamente di ricombinarsi… e un po’ ti vergognavi, come se avessi abusato della fiducia dell’acqua, come se fosse stata malvagia la distanza che avevi appena coperto.

Bill Broady

“La nuotatrice”

Bompiani


8^ EDIZIONE 2004

L’acqua era sempre differente: tiepi­da o gelida, increspata o calma, di un verde-blu da technicolor o gialla e schiumosa come un lavello per i piatti, come se la piscina avesse un suo clima imprevedibile, le sue sta­gioni indipendenti. L’odore di cloro era in qualche modo rassicurante, ti ricordava l’alito di Mamma. Tuttavia, ogni volta che ti tuffavi – la classica entrata a punta di lancia ti veniva naturale – c’era sempre la speranza di librarti e poi salire, sgusciando ol­tre il lucernario del tetto e ascen­dendo in cielo, e così quando venivi a contatto con l’acqua era ogni volta – per quanto ti piacesse – una pic­cola delusione.

Bill Broady
"La nuotatrice"
Bompiani


9^ EDIZIONE 2005

Per Rose1 il nuoto era un’intensa esperienza sensoriale, una succes­sione ritmica di suoni mentre le mani tagliavano l’acqua che gli passava sotto il corpo, formando un’onda a lato del viso. Prima delle gare era solito ascol­tare un particolare tipo di musica che si avvicinava molto al ritmo della sua bracciata: In the Mood di Glenn Miller coincideva per­fettamente.
La qualità principale necessaria ai nuotatori – mi disse ancora Rose – è quella di “sentire l’acqua”. Essi dovrebbero usare braccia e gambe come i pesci le pinne, e saper avvertire la pressione dell’acqua sulle mani per mantenerla nel palmo durante la bracciata, senza lasciarla scivolar via tra le dita.

Charles Sprawson
L’ombra del massaggiatore nero
Adelphi

1 Murray Rose, australiano. Medaglia d’oro 400 sl e 1500 sl alle Olimpiadi di
  Melbourne - medaglia d’oro 400 sl alle Olimpiadi Roma.


10^ EDIZIONE 2006

Mi aggiusto gli occhialini, controllo che nessuno sopraggiunga nella corsia tre e con un salto abbandono il bordo vasca. Sento i miei piedi rompere la superficie verde, ho per un attimo i brividi, tra le bollicine d’aria che mi circondano tocco il fondo di piastrelle minuscole, carico le gambe, mi do una forte spinta verso l’alto, riemergo come un cetaceo, come uno dei capodogli che si vedono alla tivù e come loro mi abbatto di nuovo sull’acqua in un alone di schiuma bianca. Comincio a nuotare. C’è l’ebbrezza delle prime bracciate ma non mi scompongo: è il solito ribollire leggero del corpo utile a vincere lo spaesamento che nasce quando si passa dall’aria all’acqua. Dura poco, lo so. Alla virata dei venticinque metri già sento di muovermi placido in un ambiente che mi accoglie senza resistenze, mi culla. Inizio a percepire la presa della mano sull’acqua, l’aiuto che viene dalla spalla, la battuta dei piedi. Procedo riducendo al minimo il dispendio di energie perché per me il nuoto in superficie deve essere appena un riscaldamento all’apnea. Scivolo, sospinto da un vento interno, simile a una barca a vela.

Sebastiano Nata
"La Resistenza dei Nuotatore"
Feltrinelli


11^ EDIZIONE 2007

In principio ero una farfalla.
Nel senso che lo stile che preferivo era la farfalla.
Schmetterling. Farfalla, in tedesco. Trovo bizzarro che qualcuno abbia associato questo modo di muoversi nell’acqua a una creatura dell’aria, ed è in fondo logico che la disputa sia ancora aperta. C’è infatti chi lo chiama farfalla, chi delfino; tecnicamente sarebbe il modo di sgambare a far propendere per l’una o l’altra denominazione. Dettagli.

Nuotare con leggerezza è un dono divino, qualcosa che in parte avvicina l’uomo alle proprie origini; farlo a farfalla, o delfino che dir si voglia, è una sfida alle regole e alle convenzioni. E’ il desiderio fortissimo di mettere le ali e volare, salire in alto, oltre se stessi.

Dal racconto di Remo Borgatti“duecentostile”
tratto dal volume CONCEPTS
Arpanet


12^ EDIZIONE 2008

A chi appartiene l’acqua che il nuotatore
misura, in lente bracciate solcando
lo specchio informe di un cielo vuoto?

A chi appartiene, se nel flutto affonda
la silhouette dorata nella luce?

Ma tu già viri verso le acque nere,
le grandi acque che attendono immote;
a delfino t’involi, ad occhi chiusi
segui l’onda all’isola di cenere;
se nei bracci argentati il nuotatore
serra e nasconde, a chi appartiene l’acqua?

Tu allora il corpo in fuga immergi, all’onda
consegna le vestigia delle forme,
brune parvenze che il flutto dilava.

Italo Testa– Gli aspri inganni– Edizioni Lietocolle – Como 2004

RETRO DELLA CARTELLETTA DELLA 12^ EDIZIONE 2008

Lo svedese (Anders Holmertz n.d.r.) mi era indigesto sin da quando nuotavo nelle competizioni giovanili. Non l’avevo mai battuto e quel giorno mi sembrava proprio che non avrei mai potuto batterlo.
Eppure erano giorni di grazia. Mi sentivo di avere una specie di tocco magico a ogni bracciata. In allenamento mi riusciva di tutto. Le sensazioni erano speciali e perfettamente sincronizzate con il respiro. …
… Il tuffo era stato convinto e convincente, tanto che presi la testa della gara e non la mollai più. Ogni tanto guardavo Holmertz. Poi nella seconda vasca mi spostai un po’ sulla destra per evitare che la mia scia lo agevolasse. A un certo punto intuii il ritorno di Wojdat, ma ormai non mi restava che stringere i denti e trattenere il fiato.

No, forse il segreto del record del mondo è un altro, e non ha nulla a che fare con tecnica, tattica, tuffi e virate. Magari il record è arrivato perché avevo smesso di pensare al cronometro e ai suoi imperativi. Sì, per me esisteva un vero e proprio imperativo cronometrico. Lo svedese vicino di corsia (Anders Holmertz n.d.r.) mi aveva liberato per un attimo dall’ossessione del tempo. Con uno sguardo mi aveva riportato alla competizione umana tra atleti, facendomi dimenticare quella metafisica con il tempo. Non si può battere il cronometro, non si può battere il tempo. Ci si può solo distrarre per un istante dalle sue inesorabili lancette e poi tornare a guardarlo con l’illusione di averlo sorpreso. Io avevo bisogno di togliermi dalla testa quel cronometro per poter fare il record del mondo.

Ho mantenuto la leadership ai Mondiali di due anni dopo a Perth, ma poi sono cominciati i miei problemi fisici alla spalla e alla schiena che hanno condizionato la mia carriera. Soprattutto alle Olimpiadi di Barcellona la delusione è stata cocente. Troppo dura da accettare.
Anche la testa non andava più al passo di gambe e braccia. La passione era scemata e la vita non era più circoscritta solo a una piscina. Ho tentato inutilmente di tornare competitivo. E invece ho vissuto l’esperienza di due Olimpiadi in cui non sono riuscito a esprimere il massimo delle mie potenzialità, forse anche perché ho preteso un po’ troppo da me stesso nella fase di preparazione. Nuotare ai massimi livelli è passione, sacrificio, programmazione, tempo: per essere competitivo devi lavorare cinque ore al giorno. E devi pensare solo al traguardo successivo.
Così nel 1993 ho smesso di nuotare. Avevo solo ventiquattro anni.

Se i gesti meccanici e ripetitivi del nuoto sono eseguiti con alienazione conviene appendere il costume al chiodo. Finchè sei stimolato e ricerchi la perfezione ogni particolare lo esegui con grande scrupolo e amore. Ogni movimento, ogni gesto diventa importante e pienamente vissuto: il tuffo, la posizione delle mani, la testa, i piedi, la virata, la spinta dalla testata della vasca, la penetrazione in acqua data dalla spinta dal bordo vasca, la linea sul fondo… Ma quando è finita la passione, tutti questi dettagli diventano parti insignificanti di un risultato. Diventano “la nuotata”. E basta. La nuotata che non mi apparteneva più.

Il rapporto con l’acqua è sempre stato naturale per me. L’acqua mi ha sempre dato tutto: gioie e dolori. Nella mia carriera ho toccato il fondo e raggiunto la vetta. Lo scontro fra queste emozioni mi ha temprato il carattere.

Le testimonianze sono diGiorgio Lamberti e sono tratte dal libro di Simona Ercolani “SFIDE – Lo sport come non l’avete mai letto”
Edizioni Rai – Eri Rizzoli
Giorgio Lamberti attualmente è Assessore allo Sport di Brescia


13^ EDIZIONE 2009

Per conoscere i propri sentimenti, occorre immergersi. Tuffarsi. E’ questo il significato del proverbio. Infilare la testa in un secchio, ovviamente, non è sufficiente. Bisogna sentirsi dentro l’acqua, il mare dentro. Nuotare, infrangere lo specchio narcisista e consolatorio, romperne la superficie e sfondarlo per guardarvi dentro. A occhi aperti; sott’acqua, ad occhi aperti. Così può divenire possibile ritrovar-si: dove non vale soltanto il si riflessivo, perché nel ritrovare se stessi si trova e incontra l’altro; i nostri Altri sommersi, sottotraccia, piacevolmente salati e marini.

Luciano De Fiore
Dal blog: http://mareinfilosofia.blogspot.com/


14^ EDIZIONE 2010

Soffrivo della classica sindrome del cronometro: lavoravo e mi allenavo per ottenere il risultato, senza pensare al passo successivo, a che cosa comporta, in termini di rapporto con gli altri, vincere una gara in una grande manifestazione. In acqua non ci si va per sconfiggere l' avversario, o meglio: quello arriva dopo. Prima c'è sempre la sfida contro te stesso, con il tuo corpo, con i tuoi limiti.

Intervista a GIORGIO LAMBERTI
Corriere della Sera del 29.12.2000
 

TROFEO 2009


.....in principio ero una farfalla.....






scultura di Adelina Zanelli

LA VITTORIA ALATA


Oggi vi raccontiamo la storia di uno dei simboli più cari alla cittadinanza bresciana, che fin dalla prima edizione della nostra manifestazione, troneggia sul tavolo delle premiazioni. Stiamo parlando della Vittoria alata.
Nike
La statua della dea venne rinvenuta nel corso di uno scavo, la sera del 20 luglio 1826, insieme ad altri oggetti bronzei, in una intercapedine del Capitolium: probabilmente qualcuno aveva ammassato e nascosto quei pezzi perché i barbari non ne facessero saccheggio o li fondessero.

Nella terra, insieme alla statua di donna, gli operai impegnati nello scavo, poterono individuare altri reperti, come teste dorate, arti, pettorali di cavallo e numerose cornici, ma l’ora era tarda e si dovette attendere la luce dell'indomani per liberare il tesoro dal suo giaciglio secolare.

Nelle ore successive al ritrovamento, una folla di cittadini si accalcò nell’area del tempio capitolino, tanto che per ragioni di sicurezza si decise di trasferire la statua ed esporla nell’ex convento San Domenico.

La statua della dea venne traslocata portandola trionfalmente per le vie della città, accompagnata dalla banda e dalle campane a festa. Ma l’elezione della Vittoria alata a simbolo di Brescia si ebbe nel 1859, nei giorni successivi alla battaglia di Solferino.

La statua simboleggiò da allora la liberazione dei bresciani ed in breve divenne emblema patriottico e persino testimonial di eventi, come documenta il manifesto del primo Circuito aereo internazionale del 1909 in cui venne rappresentata tra le nuvole.

Addirittura venne realizzato un calco per fondere due copie da regalare a Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

E’ ancora fitto il mistero sulle origini della statua.

Qualcuno ha ipotizzato che si tratti di una Venere risalente alla metà del primo secolo dopo Cristo, a cui successivamente, in età flavia, furono aggiunte le ali e l’agemina sul capo.

Secondo altri si tratterebbe di un’Afrodite greca del 230 avanti Cristo, giunta a Roma come bottino di guerra e poi donata a Brescia da Cesare o Vespasiano.

La presenza sul retro della statua di un’elevata quantità di piombo, costituisce una sorta di schermatura che impedisce ulteriori approfondimenti radiografici.

Dea dell’amore o della guerra, perché alla donna alata si possa attribuire con certezza età ed entità, ci vorrà dunque ancora un po’di tempo.

Tuttavia, quando vi ritroverete tra le mani la statuetta bronzea, sorridetele: le dovete la vittoria!

a cura di Claudia Franceschi

THE SWIMMER 1968






Pool by pool, they form a river all the way to our house.
Ned Merrill

RICORDO DI FRANCO ARALDI


Così come amava la terra, Franco amava l’acqua, quasi un paradosso, eppure era così. Qualche anno fa a Maiorca, dopo le gare degli europei ci divertimmo a cercare spiaggette e calette dove andare a rilassarci e fare belle nuotate in mare aperto. Quando vedeva il mare e l’acqua Franco si trasformava, diventava felice e gioioso come un bambino quando vede il gelato.
Ecco, è così che voglio ricordarlo.

Mario Vittoriali

DA UN BLOG

Per conoscere i propri sentimenti, occorre immergersi.
Tuffarsi.
E’ questo il significato del proverbio.
Infilare la testa in un secchio, ovviamente, non è sufficiente.
Bisogna sentirsi dentro l’acqua, il mare dentro.
Nuotare, infrangere lo specchio narcisista e consolatorio, romperne la superficie e sfondarlo per guardarvi dentro.
A occhi aperti; sott’acqua, ad occhi aperti.
Così può divenire possibile ritrovarsi:
dove non vale soltanto il si riflessivo, perché nel ritrovare se stessi si trova e incontra l’altro;
i nostri Altri sommersi, sottotraccia, piacevolmente salati e marini.


Luciano De Fiore
Dal blog: http://mareinfilosofia.blogspot.com/


per tutti gli appassionati d'acqua un blog veramente splendido, tutto da leggere....