Mi aggiusto gli occhialini, controllo che nessuno sopraggiunga nella corsia tre e con un salto abbandono il bordo vasca. Sento i miei piedi rompere la superficie verde, ho per un attimo i brividi, tra le bollicine d’aria che mi circondano tocco il fondo di piastrelle minuscole, carico le gambe, mi do una forte spinta verso l’alto, riemergo come un cetaceo, come uno dei capodogli che si vedono alla tivù e come loro mi abbatto di nuovo sull’acqua in un alone di schiuma bianca. Comincio a nuotare. C’è l’ebbrezza delle prime bracciate ma non mi scompongo: è il solito ribollire leggero del corpo utile a vincere lo spaesamento che nasce quando si passa dall’aria all’acqua. Dura poco, lo so. Alla virata dei venticinque metri già sento di muovermi placido in un ambiente che mi accoglie senza resistenze, mi culla. Inizio a percepire la presa della mano sull’acqua, l’aiuto che viene dalla spalla, la battuta dei piedi. Procedo riducendo al minimo il dispendio di energie perché per me il nuoto in superficie deve essere appena un riscaldamento all’apnea. Scivolo, sospinto da un vento interno, simile a una barca a vela.
SEBASTIANO NATA
"La Resistenza dei Nuotatore"
Feltrinelli
SEBASTIANO NATA
"La Resistenza dei Nuotatore"
Feltrinelli
a cura di Mario Vittoriali
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